Iliade – Libro I | Massaro Editore

1. Sunto – La peste e l’ira di Achille

Nel decimo anno della guerra di Troia, Crise, sacerdote di Apollo, raggiunge il campo acheo per riscattare la figlia Criseide, prigioniera di Agamennone. Il re rifiuta con arroganza, e Apollo punisce l’esercito con una pestilenza. Achille convoca allora l’assemblea; l’indovino Calcante rivela che il dio si placherà soltanto con la restituzione della giovane.

Agamennone accetta, ma pretende in compenso Briseide, la prigioniera assegnata ad Achille. La disputa esplode: Achille arriva quasi a sguainare la spada contro il comandante, ma Atena lo ferma. L’eroe giura quindi di ritirarsi dalla guerra, certo che gli Achei sentiranno presto il peso della sua assenza.

Dopo l’inutile mediazione di Nestore, Agamennone fa prelevare Briseide. Achille si ritira sulla riva del mare e supplica la madre Teti di ottenere da Zeus una vittoria temporanea per i Troiani, così che gli Achei comprendano quanto grave sia stata l’offesa subita dal loro guerriero più forte.

Teti sale infine sull’Olimpo e ottiene il consenso di Zeus. Era intuisce l’accordo e protesta, ma la tensione tra gli dèi viene sciolta dall’intervento di Efesto. Il libro si chiude con il banchetto degli immortali, in forte contrasto con il conflitto ormai aperto tra gli uomini.

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2. Traduzione di Vincenzo Monti con parafrasi

La pagina originale alterna il testo poetico di Vincenzo Monti a una parafrasi in italiano corrente. Qui gli episodi principali del canto sono organizzati in blocchi più leggibili.

vv. 1–14

Proemio: l’ira di Achille

«Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta…»

Parafrasi. Il poeta invoca la dea perché canti l’ira terribile di Achille, causa di innumerevoli lutti per gli Achei e della morte prematura di molti eroi. La vicenda prende avvio dal conflitto tra Achille e Agamennone.

vv. 15–29

Crise supplica gli Achei

Parafrasi. Crise arriva presso le navi greche con le insegne sacre di Apollo e un ricco riscatto. Chiede che gli venga restituita la figlia e augura agli Achei la conquista di Troia e il ritorno in patria.

episodio iniziale

Agamennone respinge Crise

Parafrasi. Mentre gli altri Achei vorrebbero rispettare il sacerdote, Agamennone lo caccia duramente. Crise si allontana e invoca Apollo, chiedendo vendetta per l’oltraggio ricevuto.

nove giorni di peste

Apollo colpisce il campo acheo

Parafrasi. Il dio ascolta Crise e scende adirato dall’Olimpo. Le sue frecce seminano la morte tra animali e uomini, e per nove giorni i roghi funebri ardono senza sosta.

assemblea degli Achei

Calcante rivela la causa della peste

Parafrasi. Achille convoca l’assemblea e chiede di consultare un indovino. Calcante, protetto da Achille, spiega che Apollo è adirato per l’offesa a Crise e che Criseide deve essere restituita senza riscatto.

conflitto tra i capi

Agamennone pretende Briseide

Parafrasi. Agamennone accetta di restituire Criseide, ma rifiuta di restare senza premio. Pretende quindi un altro bottino e minaccia di sottrarre Briseide ad Achille.

vv. 276–296

Atena trattiene Achille

«Frena lo sdegno… io qui dal ciel discesi ad acchetarti…»

Parafrasi. Achille, furioso, sta per impugnare la spada contro Agamennone. Atena appare soltanto a lui e gli ordina di fermarsi, promettendo che un giorno riceverà un compenso molto maggiore per l’offesa.

vv. 297–328

Il giuramento di Achille

Parafrasi. Achille rinfodera la spada ma continua ad attaccare Agamennone con parole durissime. Giura sullo scettro che verrà il giorno in cui gli Achei rimpiangeranno amaramente la sua assenza.

mediazione

Nestore tenta di riconciliare i due

Parafrasi. Il vecchio Nestore invita Agamennone a non sottrarre Briseide e Achille a non sfidare apertamente il comandante supremo. Nessuno dei due, però, rinuncia alla propria posizione.

ritiro dell’eroe

Briseide viene portata via

Parafrasi. Gli araldi Taltibio ed Euribate raggiungono la tenda di Achille. L’eroe non li considera colpevoli e consegna Briseide, ma si ritira addolorato sulla riva del mare.

supplica a Teti

Achille chiede vendetta alla madre

Parafrasi. Achille invoca Teti e le racconta l’offesa subita. Le chiede di supplicare Zeus affinché favorisca i Troiani e costringa così gli Achei a riconoscere il valore del figlio.

spedizione a Crisa

Criseide viene restituita

Parafrasi. Ulisse conduce Criseide dal padre. Crise accoglie la figlia e prega Apollo di far cessare la pestilenza. Gli Achei compiono quindi il sacrificio espiatorio e celebrano il banchetto rituale.

dodicesima aurora

Teti supplica Zeus

Parafrasi. Quando gli dèi tornano sull’Olimpo, Teti raggiunge Zeus, gli abbraccia le ginocchia secondo il rito della supplica e gli chiede di onorare Achille concedendo temporaneamente successo ai Troiani.

scena olimpica finale

Era sospetta l’accordo

Parafrasi. Era capisce che Zeus ha stretto un patto segreto con Teti e lo affronta. Zeus reagisce duramente; Efesto interviene allora per calmare la madre e ristabilire l’armonia tra gli dèi.

chiusura del canto

Il banchetto degli dèi

Parafrasi. La giornata si conclude con il banchetto sull’Olimpo, la musica di Apollo e il canto delle Muse. Mentre gli immortali ritrovano la serenità, sulla terra l’ira di Achille ha ormai aperto una frattura destinata a cambiare la guerra.

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«Cantami, o Diva, del Pelìde Achille l’ira funesta…» — dal conflitto tra due uomini nasce il tema che governa l’intero poema.

LIBRO I

 

Sunto – La peste e l’ira di Acille

 

Il poema si apre nel decimo anno della guerra di Troia. Crise, sacerdote di Apollo, si presenta all’accampamento acheo per riscattare la figlia Criseide, tenuta prigioniera da Agamennone come bottino di guerra. Offre un ricco riscatto, ma Agamennone lo respinge con arroganza e minacce, nonostante il consenso degli altri capi greci, che vorrebbero accettare l’offerta. Umiliato, il sacerdote si allontana lungo la spiaggia e prega il suo dio perché vendichi l’affronto subito. Apollo lo ascolta e scaglia sull’accampamento acheo una terribile pestilenza, colpendo per nove giorni prima gli animali e poi gli uomini, mietendo vittime su vittime tra le fila greche.

Al decimo giorno, su suggerimento di Era, Achille convoca l’assemblea dei capi e chiede che si consulti un indovino per comprendere la causa dell’ira divina. Calcante, il veggente, accetta di parlare solo dopo aver ottenuto la garanzia di protezione da parte di Achille, poiché sa che la sua rivelazione scontenterà Agamennone: la peste è dovuta all’offesa fatta a Crise, e per placare Apollo occorre restituire Criseide senza riscatto, insieme a un sacrificio espiatorio.

Agamennone, costretto ad acconsentire, esplode di rabbia e pretende in cambio un altro compenso, affermando di non voler essere l’unico tra i capi a restare senza il proprio premio di guerra. Minaccia di prendersi la schiava di un altro condottiero, e getta lo sguardo su Briseide, la prigioniera assegnata ad Achille. Ne nasce un violento scontro verbale tra i due: Agamennone accusa Achille di ambizione smodata e di voler comandare al posto suo; Achille lo accusa di viltà, di avidità e di essere sempre il primo a prendersi la parte migliore del bottino pur essendo l’ultimo a rischiare la vita in battaglia. L’ira di Achille è tale che porta mano alla spada per uccidere Agamennone seduta stante, ma la dea Atena, visibile solo a lui, gli appare alle spalle e lo trattiene, promettendogli in cambio doni futuri ben più ricchi se saprà contenersi. Achille rinfodera la spada ma non il proprio rancore, e pronuncia un giuramento solenne: da quel momento si ritirerà dalla guerra, e un giorno gli Achei rimpiangeranno amaramente la sua assenza dal campo di battaglia.

Il vecchio saggio Nestore, re di Pilo, tenta invano di mediare tra i due, ricordando episodi della propria gioventù eroica per esortarli alla concordia, ma senza successo. Agamennone invia allora due suoi araldi, Taltibio ed Euribate, alla tenda di Achille per prelevare Briseide. Achille, pur nel dolore e nello sdegno, non oppone resistenza fisica e lascia che la donna venga condotta via, ma si allontana in disparte sulla riva del mare e, in lacrime, invoca la madre, la dea marina Teti.

Teti emerge dalle profondità del mare per consolare il figlio, che le racconta l’accaduto e le chiede di intercedere presso Zeus: vuole che il padre degli dèi conceda vittoria ai Troiani finché gli Achei non avranno reso onore alla sua dignità offesa, facendo così comprendere ad Agamennone quanto sia stato un errore disprezzare il più forte dei suoi guerrieri. Teti promette di recarsi sull’Olimpo, ma è costretta ad attendere dodici giorni, poiché Zeus e gli altri dèi sono in visita presso gli Etiopi, ai confini del mondo.

Il libro si chiude con una scena sull’Olimpo: Teti raggiunge Zeus e, abbracciandogli le ginocchia secondo il rituale della supplica, ottiene da lui, dopo qualche esitazione dovuta al timore di scatenare la gelosia di Era, la promessa di favorire i Troiani. Era, che sostiene invece la causa greca, intuisce l’accordo e ne nasce un contrasto tra i coniugi divini, subito ricomposto grazie all’intervento conciliante del figlio zoppo Efesto, che con la sua goffaggine e le sue battute riporta il sereno tra gli dèi. Il canto degli dèi, la musica di Apollo e delle Muse durante il banchetto notturno sull’Olimpo chiudono il libro in un’atmosfera di pace celeste, in netto contrasto con le tensioni e i lutti che si preparano tra gli uomini.

 

 

Traduzione di Vincenzo Monti con parafrasi

 

«Cantami, o Diva, del Pelìde Achille…»  (vv. 1-14)

Cantami, o Diva, del Pelìde Achille

l’ira funesta che infiniti addusse

lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco

generose travolse alme d’eroi,

e di cani e d’augelli orrido pasto

lor salme abbandonò (così di Giove

l’alto consiglio s’adempìa), da quando

primamente disgiunse aspra contesa

il re de’ prodi Atride e il divo Achille.

E qual de’ numi inimicolli? Il figlio

di Latona e di Giove. Irato al Sire

destò quel Dio nel campo un feral morbo,

e la gente perìa: colpa d’Atride

che fece a Crise sacerdote oltraggio.

 

Parafrasi

Cantami, o dea, l’ira funesta di Achille, figlio di Peleo: quell’ira che portò lutti senza fine agli Achei e scagliò nell’Ade tante anime forti di eroi, lasciando i loro corpi in pasto ai cani e agli uccelli — così si compiva il volere di Giove — da quando per la prima volta la lite divise il re dei prodi Atride e il divino Achille.

E quale dio li mise l’uno contro l’altro? Il figlio di Latona e di Giove. Adirato con il re, Apollo scatenò nell’accampamento una pestilenza terribile, e la gente moriva: colpa di Agamennone, che aveva oltraggiato il sacerdote Crise.

«Degli Achivi era Crise alle veloci…»  (vv. 15-29)

Degli Achivi era Crise alle veloci

prore venuto a riscattar la figlia

con molto prezzo. In man le bende avea,

e l’aureo scettro dell’arciero Apollo:

e agli Achei tutti supplicando, e in prima

ai due supremi condottieri Atridi:

O Atridi, ei disse, o coturnati Achei,

gl’immortali del cielo abitatori

concedanvi espugnar la Prïameia

cittade, e salvi al patrio suol tornarvi.

Deh mi sciogliete la diletta figlia,

ricevetene il prezzo, e il saettante

figlio di Giove rispettate. – Al prego

tutti acclamâr: doversi il sacerdote

riverire, e accettar le ricche offerte.

 

Parafrasi

Crise era venuto alle svelte navi achee per riscattare sua figlia, portando un ricco prezzo. In mano aveva le bende sacre e lo scettro d’oro di Apollo, e supplicava tutti gli Achei, in particolare i due comandanti supremi, gli Atridi:

“Atridi, e voi tutti Achei dai robusti schinieri: che gli dèi dell’Olimpo vi concedano di espugnare la città di Priamo e di tornare sani e salvi in patria. Ma restituitemi la figlia amata, accettate il riscatto, e rispettate Apollo, il dio dell’arco.”

Tutti gli altri approvarono a gran voce: bisognava rispettare il sacerdote e accettare il ricco dono.

«Ma la proposta al cor d’Agamennóne…»  (vv. 30-41)

Ma la proposta al cor d’Agamennóne

non talentando, in guise aspre il superbo

accommiatollo, e minaccioso aggiunse:

Vecchio, non far che presso a queste navi

ned or né poscia più ti colga io mai;

ché forse nulla ti varrà lo scettro

né l’infula del Dio. Franca non fia

costei, se lungi dalla patria, in Argo,

nella nostra magion pria non la sfiori

vecchiezza, all’opra delle spole intenta,

e a parte assunta del regal mio letto.

Or va, né m’irritar, se salvo ir brami.

 

Parafrasi

Ma la cosa non piacque ad Agamennone, che lo cacciò via duramente, aggiungendo minacce:

“Vecchio, che io non ti trovi mai più vicino a queste navi, né ora né in futuro: non ti serviranno né lo scettro né le bende del dio. Tua figlia non la libero: invecchierà lontano dalla patria, ad Argo, nella mia casa, al telaio, e nel mio letto. Ora vattene, e non farmi arrabbiare, se vuoi tornartene salvo.”

«Impaurissi il vecchio, ed al comando…»  (vv. 42-54)

Impaurissi il vecchio, ed al comando

obbedì. Taciturno incamminossi

del risonante mar lungo la riva;

e in disparte venuto, al santo Apollo

di Latona figliuol, fe’ questo prego:

Dio dall’arco d’argento, o tu che Crisa

proteggi e l’alma Cilla, e sei di Tènedo

possente imperador, Smintèo, deh m’odi.

Se di serti devoti unqua il leggiadro

tuo delubro adornai, se di giovenchi

e di caprette io t’arsi i fianchi opimi,

questo voto m’adempi; il pianto mio

paghino i Greci per le tue saette.

 

Parafrasi

Il vecchio si spaventò e obbedì. Se ne andò in silenzio lungo la riva del mare rumoroso; e appartatosi, pregò così Apollo, figlio di Latona:

“Dio dall’arco d’argento, tu che proteggi Crisa e la sacra Cilla, tu che regni potente su Tenedo, ascoltami. Se mai ho ornato il tuo tempio di ghirlande, se mai ho bruciato per te grasse cosce di tori e di capre, esaudisci questo mio voto: che i Greci paghino il mio pianto con le tue frecce.”

«Sì disse orando. L’udì Febo, e scese…»  (vv. 55-68)

Sì disse orando. L’udì Febo, e scese

dalle cime d’Olimpo in gran disdegno

coll’arco su le spalle, e la faretra

tutta chiusa. Mettean le frecce orrendo

su gli omeri all’irato un tintinnìo

al mutar de’ gran passi; ed ei simìle

a fosca notte giù venìa. Piantossi

delle navi al cospetto: indi uno strale

liberò dalla corda, ed un ronzìo

terribile mandò l’arco d’argento.

Prima i giumenti e i presti veltri assalse,

poi le schiere a ferir prese, vibrando

le mortifere punte; onde per tutto

degli esanimi corpi ardean le pire.

 

Parafrasi

Così pregò. Apollo lo udì, e scese dalle cime dell’Olimpo pieno d’ira, con l’arco sulle spalle e la faretra ben chiusa. Le frecce tintinnavano sulle sue spalle a ogni passo, mentre lui avanzava simile alla notte. Si fermò davanti alle navi, scoccò una freccia, e l’arco d’argento mandò un ronzio terribile.

Colpì prima i muli e i cani veloci, poi cominciò a colpire gli uomini stessi con le sue frecce mortali; e ovunque ardevano i roghi dei cadaveri.

«Nove giorni volâr pel campo acheo…»  (vv. 69-89)

Nove giorni volâr pel campo acheo

le divine quadrella. A parlamento

nel decimo chiamò le turbe Achille;

ché gli pose nel cor questo consiglio

Giuno la diva dalle bianche braccia,

de’ moribondi Achei fatta pietosa.

Come fur giunti e in un raccolti, in mezzo

levossi Achille piè-veloce, e disse:

Atride, or sì cred’io volta daremo

nuovamente errabondi al patrio lido,

se pur morte fuggir ne fia concesso;

ché guerra e peste ad un medesmo tempo

ne struggono. Ma via; qualche indovino

interroghiamo, o sacerdote, o pure

interprete di sogni (ché da Giove

anche il sogno procede), onde ne dica

perché tanta con noi d’Apollo è l’ira:

se di preci o di vittime neglette

il Dio n’incolpa, e se d’agnelli e scelte

capre accettando l’odoroso fumo,

il crudel morbo allontanar gli piaccia.

 

Parafrasi

Per nove giorni le frecce divine colpirono l’accampamento acheo. Il decimo giorno Achille convocò l’assemblea — glielo aveva suggerito Era, la dea dalle bianche braccia, mossa a pietà nel vedere morire gli Achei. Riuniti tutti, Achille dai piedi veloci si alzò e disse:

“Atride, credo che presto saremo di nuovo a vagare per tornare in patria — se riusciremo a scampare alla morte — perché guerra e peste insieme ci stanno distruggendo. Interroghiamo un indovino, un sacerdote, o un interprete di sogni (anche i sogni vengono da Giove), che ci dica perché Apollo è così adirato con noi: se ci rimprovera per preghiere o sacrifici trascurati, e se, offrendogli il profumo di agnelli e capre scelte, accetterà di allontanare questa peste crudele.”

«Così detto, s’assise. In piedi allora…»  (vv. 90-121)

Così detto, s’assise. In piedi allora

di Testore il figliuol Calcante alzossi,

de’ veggenti il più saggio, a cui le cose

eran conte che fur, sono e saranno;

e per quella, che dono era d’Apollo,

profetica virtù, de’ Greci a Troia

avea scorte le navi. Ei dunque in mezzo

pien di senno parlò queste parole:

Amor di Giove, generoso Achille,

vuoi tu che dell’arcier sovrano Apollo

ti riveli lo sdegno? Io t’obbedisco.

Ma del braccio l’aita e della voce

a me tu pria, signor, prometti e giura:

perché tal che qui grande ha su gli Argivi

tutti possanza, e a cui l’Acheo s’inchina,

n’andrà, per mio pensar, molto sdegnoso.

Quando il potente col minor s’adira,

reprime ei sì del suo rancor la vampa

per alcun tempo, ma nel cor la cova,

finché prorompa alla vendetta. Or dinne

se salvo mi farai. – Parla securo,

rispose Achille, e del tuo cor l’arcano,

qual ch’ei si sia, di’ franco. Per Apollo

che pregato da te ti squarcia il velo

de’ fati, e aperto tu li mostri a noi,

per questo Apollo a Giove caro io giuro:

nessun, finch’io m’avrò spirto e pupilla,

con empia mano innanzi a queste navi

oserà vïolar la tua persona,

nessuno degli Achei; no, s’anco parli

d’Agamennón che sé medesmo or vanta

dell’esercito tutto il più possente.

 

Parafrasi

Detto questo si sedette. Si alzò allora Calcante, figlio di Testore, il più saggio degli indovini, che conosceva le cose presenti, passate e future, e che grazie a questo dono di Apollo aveva guidato le navi greche a Troia. Parlò con saggezza:

“Achille, amato da Giove, vuoi che ti riveli l’ira di Apollo? Te lo dirò. Ma prima devi promettermi e giurarmi che mi difenderai con le parole e con le armi. Temo che parlando mi attirerò l’ira di un uomo potentissimo fra gli Argivi, a cui tutti gli Achei obbediscono. Quando un potente si adira con uno più debole, anche se per un po’ trattiene la rabbia, la cova dentro finché non si vendica. Dimmi se mi proteggerai.”

Achille rispose: “Parla pure senza timore, e di’ apertamente ciò che sai. Per Apollo, caro a Giove, a cui rivolgi le tue preghiere per svelarci i fati: finché avrò vita, nessuno tra gli Achei oserà farti violenza davanti a queste navi — nemmeno Agamennone, che si vanta di essere il più potente dell’esercito.”

«Allor fe’ core il buon profeta, e disse…»  (vv. 122-162)

Allor fe’ core il buon profeta, e disse:

né d’obblïati sacrifici il Dio

né di voti si duol, ma dell’oltraggio

che al sacerdote fe’ poc’anzi Atride,

che francargli la figlia ed accettarne

il riscatto negò. La colpa è questa

onde cotante ne diè strette, ed altre

l’arcier divino ne darà; né pria

ritrarrà dal castigo la man grave,

che si rimandi la fatal donzella

non redenta né compra al padre amato,

e si spedisca un’ecatombe a Crisa.

Così forse avverrà che il Dio si plachi.

Tacque, e s’assise. Allor l’Atride eroe

il re supremo Agamennón levossi

corruccioso. Offuscavagli la grande

ira il cor gonfio, e come bragia rossi

fiammeggiavano gli occhi. E tale ei prima

squadrò torvo Calcante, indi proruppe:

Profeta di sciagure, unqua un accento

non uscì di tua bocca a me gradito.

Al maligno tuo cor sempre fu dolce

predir disastri, e d’onor vote e nude

son l’opre tue del par che le parole.

E fra gli Argivi profetando or cianci

che delle frecce sue Febo gl’impiaga,

sol perch’io ricusai della fanciulla

Crisëide il riscatto. Ed io bramava

certo tenerla in signoria, tal sendo

che a Clitennestra pur, da me condutta

vergine sposa, io la prepongo, a cui

di persona costei punto non cede,

né di care sembianze, né d’ingegno

ne’ bei lavori di Minerva istrutto.

Ma libera sia pur, se questo è il meglio;

ché la salvezza io cerco, e non la morte

del popol mio. Ma voi mi preparate

tosto il compenso, ché de’ Greci io solo

restarmi senza guiderdon non deggio;

ed ingiusto ciò fôra, or che una tanta

preda, il vedete, dalle man mi fugge.

 

Parafrasi

Allora l’indovino si fece coraggio e parlò: “Apollo non si duole di sacrifici o voti dimenticati, ma dell’offesa che Agamennone ha fatto al suo sacerdote, rifiutando di liberare la figlia e di accettare il riscatto. Per questo il dio ci ha colpiti, e continuerà a farlo finché non restituiremo la fanciulla al padre, senza riscatto, e non manderemo a Crisa un’offerta solenne di cento buoi. Solo così forse si placherà.”

Detto questo si sedette. Allora si alzò, corrucciato, il potente Agamennone: l’ira gli gonfiava il cuore e gli occhi gli fiammeggiavano come brace. Guardò torvo Calcante e sbottò:

“Profeta di sventure, non mi hai mai detto una parola gradita. Ti piace sempre predire disgrazie, e le tue parole non portano mai nulla di buono. E ora vieni a dire agli Achei che Apollo ci colpisce solo perché ho rifiutato il riscatto per Criseide — che io volevo tenermi, preferendola perfino a Clitennestra, mia sposa legittima, a cui non è affatto inferiore per bellezza, portamento o abilità. Ma va bene, la restituirò, se è meglio così: voglio la salvezza del mio popolo, non la sua rovina. Però preparatemi subito un altro compenso, perché io, tra tutti i Greci, non posso restare l’unico senza premio — sarebbe ingiusto, ora che perdo una preda così importante.”

«O d’avarizia al par che di grandezza…»  (vv. 163-197)

O d’avarizia al par che di grandezza

famoso Atride, gli rispose Achille,

qual premio ti daranno, e per che modo

i magnanimi Achei? Che molta in serbo

vi sia ricchezza non partita, ignoro:

delle vinte città tutte divise

ne fur le spoglie, né diritto or torna

a nuove parti congregarle in una.

Ma tu la prigioniera al Dio rimanda,

ché più larga n’avrai tre volte e quattro

ricompensa da noi, se Giove un giorno

l’eccelsa Troia saccheggiar ne dia.

E a lui l’Atride: Non tentar, quantunque

ne’ detti accorto, d’ingannarmi: in questo

né gabbo tu mi fai, divino Achille,

né persuaso al tuo voler mi rechi.

Dunque terrai tu la tua preda, ed io

della mia privo rimarrommi? E imponi

che costei sia renduta? Il sia. Ma giusti

concedanmi gli Achivi altra captiva

che questa adegui e al mio desir risponda.

Se non daranla, rapirolla io stesso,

sia d’Aiace la schiava, o sia d’Ulisse,

o ben anco la tua: e quegli indarno

fremerà d’ira alle cui tende io vegna.

Ma di ciò poscia parlerem. D’esperti

rematori fornita or si sospinga

nel pelago una nave, e vi s’imbarchi

coll’ecatombe la rosata guancia

della figlia di Crise, e ne sia duce

alcun de’ primi, o Aiace, o Idomenèo,

o il divo Ulisse, o tu medesmo pure,

tremendissimo Achille, onde di tanto

sacrificante il grato ministero

il Dio ne plachi che da lunge impiaga.

 

Parafrasi

Achille gli rispose: “Atride, avido quanto altero, quale premio potrebbero mai darti ora i magnanimi Achei? Non ci sono ricchezze comuni da dividere: il bottino delle città conquistate è già stato spartito, e non è giusto raccoglierlo di nuovo per redistribuirlo. Tu restituisci la ragazza al dio; noi Achei ti ricompenseremo tre o quattro volte tanto, quando Giove ci concederà di saccheggiare Troia.”

Agamennone rispose: “Non provare a ingannarmi, per quanto tu sia scaltro nel parlare, Achille: non riuscirai a raggirarmi né a convincermi. Vuoi tenerti la tua preda e lasciare che io resti senza la mia? Vuoi che restituisca Criseide? Va bene, lo farò. Ma allora gli Achei mi diano un’altra prigioniera che valga quanto lei. Se non me la danno, me la prenderò io stesso — sia la schiava di Aiace, di Ulisse, o perfino la tua: chiunque io vada a trovare avrà motivo di arrabbiarsi invano. Ma di questo parleremo dopo. Ora si prepari una nave veloce, vi si carichi l’offerta sacra insieme alla bella figlia di Crise, e la guidi uno dei capi — Aiace, Idomeneo, Ulisse, o tu stesso, Achille — così che con questo sacrificio si plachi il dio che colpisce da lontano.”

«Lo guatò bieco Achille, e gli rispose…»  (vv. 198-229)

Lo guatò bieco Achille, e gli rispose:

Anima invereconda, anima avara,

chi fia tra i figli degli Achei sì vile

che obbedisca al tuo cenno, o trar la spada

in agguati convegna o in ria battaglia?

Per odio de’ Troiani io qua non venni

a portar l’armi, io no; ché meco ei sono

d’ogni colpa innocenti. Essi né mandre

né destrier mi rapiro; essi le biade

della feconda popolosa Ftia

non saccheggiâr; ché molti gioghi ombrosi

ne son frapposti e il pelago sonoro.

Ma sol per tuo profitto, o svergognato,

e per l’onor di Menelao, pel tuo,

pel tuo medesmo, o brutal ceffo, a Troia

ti seguitammo alla vendetta. Ed oggi

tu ne disprezzi ingrato, e ne calpesti,

e a me medesmo di rapir minacci

de’ miei sudori bellicosi il frutto,

l’unico premio che l’Acheo mi diede.

Né pari al tuo d’averlo io già mi spero

quel dì che i Greci l’opulenta Troia

conquisteran; ché mio dell’aspra guerra

certo è il carco maggior; ma quando in mezzo

si dividon le spoglie, è tua la prima,

ed ultima la mia, di cui m’è forza

tornar contento alla mia nave, e stanco

di battaglia e di sangue. Or dunque a Ftia,

a Ftia si rieda; ché d’assai fia meglio

al paterno terren volger la prora,

che vilipeso adunator qui starmi

di ricchezze e d’onori a chi m’offende.

 

Parafrasi

Achille lo guardò torvo e rispose: “Uomo spudorato e avido, chi tra gli Achei potrebbe mai obbedirti volentieri, sia in battaglia sia in un’imboscata? Io non sono venuto qui a combattere per odio verso i Troiani: non mi hanno fatto nulla di male, non hanno rubato il mio bestiame né i miei cavalli, non hanno devastato i campi della mia Ftia — troppi monti e troppo mare ci separano. Siamo venuti per te, sfacciato, per vendicare l’onore di Menelao e il tuo. E tu, oggi, ci disprezzi e minacci di portarmi via il premio che gli Achei stessi mi hanno dato, frutto delle mie fatiche in guerra. Il mio premio non è mai pari al tuo, anche quando conquistiamo una città ricca come Troia: il peso maggiore della battaglia lo porto io, ma quando si dividono le spoglie, la parte migliore va sempre a te, mentre a me tocca poco, e devo tornare stanco alla mia nave, contento di quel poco. Ora me ne torno a Ftia: è molto meglio tornare in patria con le mie navi, piuttosto che restare qui, disonorato, ad accumulare ricchezze e onori per te.”

«Fuggi dunque, riprese Agamennóne…»  (vv. 230-250)

Fuggi dunque, riprese Agamennóne,

fuggi pur, se t’aggrada. Io non ti prego

di rimanerti. Al fianco mio si stanno

ben altri eroi, che a mia regal persona

onor daranno, e il giusto Giove in prima.

Di quanti ei nudre regnatori abborro

te più ch’altri; sì, te che le contese

sempre agogni e le zuffe e le battaglie.

Se fortissimo sei, d’un Dio fu dono

la tua fortezza. Or va, sciogli le navi,

fa co’ tuoi prodi al patrio suol ritorno,

ai Mirmìdoni impera; io non ti curo,

e l’ire tue derido; anzi m’ascolta.

Poiché Apollo Crisëide mi toglie,

parta. D’un mio naviglio, e da’ miei fidi

io la rimando accompagnata, e cedo.

Ma nel tuo padiglione ad involarti

verrò la figlia di Brisèo, la bella

tua prigioniera, io stesso; onde t’avvegga

quant’io t’avanzo di possanza, e quindi

altri meco uguagliarsi e cozzar tema.

 

Parafrasi

Agamennone rispose: “Fuggi pure, se vuoi. Non ti prego di restare. Ho altri al mio fianco che mi renderanno onore, e prima di tutti il giusto Giove. Tra tutti i re che io conosco, tu sei quello che detesto di più: ami sempre le liti, le risse, le battaglie. Se sei forte, è un dono di un dio, non merito tuo. Vattene pure, torna in patria con la tua gente, comanda pure sui tuoi Mirmidoni: di te non m’importa, e rido delle tue minacce. Anzi, ascoltami bene: dato che Apollo mi porta via Criseide, la rimanderò con la mia nave e i miei uomini. Ma verrò io stesso nella tua tenda a prendermi Briseide, la tua bella prigioniera, così che tu capisca quanto sono più potente di te, e altri imparino a non sfidarmi.”

«Di furore infiammâr l’alma d’Achille…»  (vv. 251-275)

Di furore infiammâr l’alma d’Achille

queste parole. Due pensier gli fêro

terribile tenzon nell’irto petto,

se dal fianco tirando il ferro acuto

la via s’aprisse tra la calca, e in seno

l’immergesse all’Atride; o se domasse

l’ira, e chetasse il tempestoso core.

Fra lo sdegno ondeggiando e la ragione

l’agitato pensier, corse la mano

sovra la spada, e dalla gran vagina

traendo la venìa; quando veloce

dal ciel Minerva accorse, a lui spedita

dalla diva Giunon, che d’ambo i duci

egual cura ed amor nudrìa nel petto.

Gli venne a tergo, e per la bionda chioma

prese il fiero Pelìde, a tutti occulta,

a lui sol manifesta. Stupefatto

si scosse Achille, si rivolse, e tosto

riconobbe la Diva a cui dagli occhi

uscìan due fiamme di terribil luce,

e la chiamò per nome, e in ratti accenti,

Figlia, disse, di Giove, a che ne vieni?

Forse d’Atride a veder l’onte? Aperto

io tel protesto, e avran miei detti effetto:

ei col suo superbir cerca la morte,

 

Parafrasi

Queste parole accesero di furore l’animo di Achille. Due pensieri si scontrarono nel suo petto: se sguainare la spada, farsi largo tra la folla e uccidere Agamennone, oppure trattenere l’ira e calmare il cuore in tempesta. Mentre esitava tra la rabbia e la ragione, e la mano già correva verso l’elsa, tirando la grande spada fuori dal fodero, ecco arrivare veloce dal cielo Atena, mandata da Era, che amava entrambi allo stesso modo.

La dea si mise dietro di lui, e lo afferrò per i capelli biondi — visibile solo a lui, invisibile a tutti gli altri. Achille si voltò stupito e la riconobbe subito dai suoi occhi che lampeggiavano di luce terribile. La chiamò per nome:

“Figlia di Giove, perché sei venuta? Forse a vedere l’arroganza di Agamennone? Te lo dico chiaro, e si avvererà: con la sua superbia si sta cercando la morte, e l’avrà.”

«Frena lo sdegno, la Dea rispose…»  (vv. 276-296)

e la morte si avrà. – Frena lo sdegno,

la Dea rispose dalle luci azzurre:

io qui dal ciel discesi ad acchetarti,

se obbedirmi vorrai. Giuno spedimmi,

Giuno ch’entrambi vi difende ed ama.

Or via, ti calma, né trar brando, e solo

di parole contendi. Io tel predìco,

e andrà pieno il mio detto: verrà tempo

che tre volte maggior, per doni eletti,

avrai riparo dell’ingiusta offesa.

Tu reprimi la furia, ed obbedisci.

E Achille a lei: Seguir m’è forza, o Diva,

benché d’ira il cor arda, il tuo consiglio.

Questo fia lo miglior. Ai numi è caro

chi de’ numi al voler piega la fronte.

Disse; e rattenne su l’argenteo pomo

la poderosa mano, e il grande acciaro

nel fodero respinse, alle parole

docile di Minerva. Ed ella intanto

all’auree sedi dell’Egìoco padre

sul cielo risalì fra gli altri Eterni.

 

Parafrasi

“Frena la tua ira,” rispose la dea dagli occhi azzurri. “Sono scesa dal cielo per calmarti, se mi vuoi ascoltare. Mi manda Era, che vi ama e vi protegge entrambi. Su, calmati, non sguainare la spada, combatti solo a parole. Ti predico — e si avvererà — che un giorno riceverai doni tre volte più preziosi per questa offesa ingiusta. Trattieni la rabbia e obbedisci.”

Achille rispose: “Devo seguire il tuo consiglio, dea, anche se il cuore mi brucia di rabbia. È meglio così. Gli dèi ascoltano chi ascolta gli dèi.”

Così dicendo trattenne la mano potente sull’elsa d’argento, rinfoderò la grande spada, obbedendo alle parole di Atena. Lei intanto risalì all’Olimpo, alla reggia di Zeus, tra gli altri immortali.

«Achille allora con acerbi detti…»  (vv. 297-328)

Achille allora con acerbi detti

rinfrescando la lite, assalse Atride:

Ebbro! cane agli sguardi e cervo al core!

Tu non osi giammai nelle battaglie

dar dentro colla turba; o negli agguati

perigliarti co’ primi infra gli Achei,

ché ogni rischio t’è morte. Assai per certo

meglio ti torna di ciascun che franco

nella grand’oste achea contro ti dica,

gli avuti doni in securtà rapire.

Ma se questa non fosse, a cui comandi,

spregiata gente e vil, tu non saresti

del popol tuo divorator tiranno,

e l’ultimo de’ torti avresti or fatto.

Ma ben t’annunzio, ed altamente il giuro

per questo scettro (che diviso un giorno

dal montano suo tronco unqua né ramo

né fronda metterà, né mai virgulto

germoglierà, poiché gli tolse il ferro

con la scorza le chiome, ed ora in pugno

sel portano gli Achei che posti sono

del giusto a guardia e delle sante leggi

ricevute dal ciel), per questo io giuro,

e invïolato sacramento il tieni:

stagion verrà che negli Achei si svegli

desiderio d’Achille, e tu salvarli

misero! non potrai, quando la spada

dell’omicida Ettòr farà vermigli

di larga strage i campi: e allor di rabbia

il cor ti roderai, ché sì villana

al più forte de’ Greci onta facesti.

Disse; e gittò lo scettro a terra, adorno

 

Parafrasi

Achille riprese la lite con parole ancora più dure contro Agamennone: “Ubriacone, con gli occhi di cane e il coraggio di un cervo! Non hai mai il coraggio di combattere in prima fila insieme agli altri, né di rischiare in un’imboscata coi migliori Achei: ogni pericolo per te è come la morte. Ti conviene molto di più, in mezzo al grande esercito acheo, portar via i doni a chi ti sfida apertamente — sei un re che divora il proprio popolo, perché comandi su gente da nulla; altrimenti questa sarebbe stata l’ultima delle tue prepotenze. Ma ti dico una cosa, e la giuro solennemente su questo scettro — che non metterà più foglie né rami, essendo stato reciso dal tronco per sempre, e che ora portano in mano gli Achei incaricati di far rispettare la giustizia e le leggi sacre —: verrà un giorno in cui gli Achei sentiranno il bisogno di Achille, e tu non potrai fare nulla per salvarli, quando molti cadranno sotto la spada di Ettore sterminatore; e allora ti roderai il cuore dalla rabbia per aver disonorato così il migliore dei Greci.”

Detto questo, gettò a terra lo scettro ornato di borchie d’oro, e si sedette.

«Ardea l’Atride di novello furor…»  (vv. 329-378)

d’aurei chiovi, e s’assise. Ardea l’Atride

di novello furor, quando nel mezzo

surse de’ Pilii l’orator, Nestorre

facondo sì, che di sua bocca uscièno

più che mel dolci d’eloquenza i rivi.

Di parlanti con lui nati e cresciuti

nell’alma Pilo ei già trascorse avea

due vite, e nella terza allor regnava.

Con prudenti parole il santo veglio

così loro a dir prese: Eterni Dei!

Quanto lutto alla Grecia, e quanta a Prìamo

gioia s’appresta ed a’ suoi figli e a tutta

la dardania città, quando fra loro

di voi s’intenda la fatal contesa,

di voi che tutti di valor vincete

e di senno gli Achei! Deh m’ascoltate,

ché minor d’anni di me siete entrambi;

ed io pur con eroi son visso un tempo

di voi più prodi, e non fui loro a vile:

ned altri tali io vidi unqua, né spero

di riveder più mai, quale un Drïante

moderator di genti, e Piritòo,

Cèneo ed Essadio e Polifemo uom divo,

e l’Egìde Teseo pari ad un nume.

Alme più forti non nudrìa la terra,

e forti essendo combattean co’ forti,

co’ montani Centauri, e strage orrenda

ne fean. Con questi, a lor preghiera, io spesso

partendomi da Pilo e dal lontano

Apio confine, a conversar venìa,

e secondo mie forze anch’io pugnava.

Ma di quanti mortali or crea la terra

niun potrìa pareggiarli. E nondimeno

da quei prestanti orecchio il mio consiglio

ed il mio detto obbedïenza ottenne.

E voi pur anco m’obbedite adunque,

ché l’obbedirmi or giova. Inclito Atride,

deh non voler, sebben sì grande, a questi

tor la fanciulla; ma ch’ei s’abbia in pace

da’ Greci il dato guiderdon consenti:

né tu cozzar con inimico petto

contra il rege, o Pelìde. Un re supremo,

cui d’alta maestà Giove circonda,

uguaglianza d’onore unqua non soffre.

Se generato d’una diva madre

tu lui vinci di forza, ei vince, o figlio,

te di poter, perché a più genti impera.

Deh pon giù l’ira, Atride, e placherassi

pure Achille al mio prego, ei che de’ Greci

in sì ria guerra è principal sostegno.

 

Parafrasi

Agamennone bruciava di nuova rabbia, quando si alzò in mezzo a loro Nestore, l’oratore dei Pilii, dalla cui bocca scorrevano parole più dolci del miele. Aveva già visto passare due generazioni di uomini nella sua Pilo, e regnava sulla terza. Con parole sagge cominciò a dire:

“Che dolore per la Grecia, che gioia per Priamo e i suoi figli e per tutta Troia, se sapessero della lite tra voi due, i migliori per valore e per saggezza tra gli Achei! Ascoltatemi: siete entrambi più giovani di me, e io ho vissuto tra eroi più forti di voi, che non mi disprezzavano — uomini come Piritoo, Driante, Ceneo, Esadio, il divino Polifemo, Teseo pari a un dio. Non esistevano uomini più forti sulla terra, e combattevano contro i più forti, i centauri delle montagne, e li sterminavano. Io mi univo a loro, venendo da lontano, dalla mia Pilo, e combattevo secondo le mie forze. E nessuno degli uomini di oggi potrebbe stare al loro pari. Eppure quei grandi uomini ascoltavano i miei consigli. Ascoltatemi anche voi, ora, perché conviene. Agamennone, per quanto tu sia potente, non prendere questa ragazza ad Achille: lascia che se la tenga, dato che gliel’hanno assegnata gli Achei. E tu, Achille, non metterti contro un re: chi porta lo scettro supremo, protetto da Giove, ha un onore che nessun altro può eguagliare. Se tu sei più forte perché figlio di una dea, lui è superiore a te per potere, perché comanda su più popoli. Agamennone, calma la tua ira; e anche Achille si calmerà, se glielo chiedo io, lui che è il principale sostegno dei Greci in questa dura guerra.”

«Tu rettissimo parli, o saggio antico…»  (vv. 379-410)

Tu rettissimo parli, o saggio antico,

pronto riprese il regnatore Atride;

ma costui tutti soverchiar presume,

tutti a schiavi tener, dar legge a tutti,

tutti gravar del suo comando. Ed io

potrei patirlo? Io no. Se il fêro i numi

un invitto guerrier, forse pur anco

di tanto insolentir gli diero il dritto?

Tagliò quel dire Achille, e gli rispose:

Un pauroso, un vil certo sarei

se d’ogni cenno tuo ligio foss’io.

Altrui comanda, a me non già; ch’io teco

sciolto di tutta obbedienza or sono.

Questo solo vo’ dirti, e tu nel mezzo

lo rinserra del cor. Per la fanciulla

un dì donata, ingiustamente or tolta,

né con te né con altri il brando mio

combatterà. Ma di quant’altre spoglie

nella nave mi serbo, né pur una,

s’io la niego, t’avrai. Vien, se nol credi,

vieni alla prova; e il sangue tuo scorrente

dalla mia lancia farà saggio altrui.

Con questa di parole aspra tenzone

levârsi, e sciolto fu l’acheo consesso.

Con Patroclo il Pelìde e co’ suoi prodi

riede a sue navi nelle tende; e Atride

varar fa tosto a venti remi eletti

una celere prora colla sacra

ecatombe. Di Crise egli medesmo

vi guida e posa l’avvenente figlia;

duce v’ascende il saggio Ulisse, e tutti

già montati correan l’umide vie.

 

Parafrasi

Agamennone rispose: “Hai ragione in tutto ciò che dici, saggio vecchio. Ma costui vuole comandare su tutti, dominare tutti, imporre la sua legge a tutti — e io non posso accettarlo. Se gli dèi lo hanno fatto un guerriero invincibile, questo forse gli dà il diritto di essere così arrogante?”

Achille lo interruppe: “Sarei un vigliacco, se ti obbedissi in ogni cosa. Comanda pure gli altri, non me: con te ho finito di obbedire. Ti dico solo questo, e tienilo bene a mente: per la ragazza non alzerò la spada né contro di te né contro nessun altro, dato che me l’avete data e ora me la togliete. Ma delle altre cose che tengo sulla mia nave, non avrai nulla, se mi rifiuto di darle. Prova pure, se non mi credi, e il tuo sangue sulla mia lancia sarà da esempio a tutti.”

Dopo questo scontro acceso di parole, l’assemblea si sciolse. Achille tornò alle sue navi con Patroclo e i suoi uomini; Agamennone fece varare in fretta una nave veloce con venti rematori, per portare l’offerta sacra e la bella figlia di Crise, con Ulisse al comando.

«Ciò fatto, indisse al campo Agamennóne…»  (vv. 411-461)

Ciò fatto, indisse al campo Agamennóne

una sacra lavanda: e ognun devoto

purificarsi, e via gittar nell’onde

le sozzure, e del mar lungo la riva

offrir di capri e di torelli intere

ecatombi ad Apollo. Al ciel salìa

volubile col fumo il pingue odore.

Seguìan nel campo questi riti. E fermo

nel suo dispetto e nella dianzi fatta

ria minaccia ad Achille, intanto Atride

Euribate e Taltibio a sé chiamando,

fidi araldi e sergenti, Ite, lor disse,

del Pelìde alla tenda, e m’adducete

la bella figlia di Brisèo. Se il niega,

io ne verrò con molta mano, io stesso,

a gliela tôrre: e ciò gli fia più duro.

Disse; e il cenno aggravando in via li pose.

Del mar lunghesso l’infecondo lido

givan quelli a mal cuore, e pervenuti

de’ Mirmidóni alla campal marina

trovâr l’eroe seduto appo le navi

davanti al padiglion: né del vederli

certo Achille fu lieto. Ambo al cospetto

regal fermârsi trepidanti e chini,

né far motto fur osi né dimando.

Ma tutto ei vide in suo pensiero, e disse:

Messaggeri di Giove e delle genti,

salvete, araldi, e v’appressate. In voi

niuna è colpa con meco. Il solo Atride,

ei solo è reo, che voi per la fanciulla

Brisëide qui manda. Or va, fuor mena,

generoso Patròclo, la donzella,

e in man di questi guidator l’affida.

Ma voi medesmi innanzi ai santi numi

ed innanzi ai mortali e al re crudele

siatemi testimon, quando il dì splenda

che a scampar gli altri di rovina il mio

braccio abbisogni. Perocché delira

in suo danno costui, ned il presente

vede, né il poi, né il come a sua difesa

salvi alle navi pugneran gli Achei.

Disse; e Patròclo del diletto amico

al comando obbedì. Fuor della tenda

Brisëide menò, guancia gentile,

ed agli araldi condottier la cesse.

Mentre ei fanno alle navi achee ritorno,

e ritrosa con lor partìa la donna,

proruppe Achille in un subito pianto,

e da’ suoi scompagnato in su la riva

del grigio mar s’assise, e il mar guardando

le man stese, e dolente alla diletta

 

Parafrasi

Fatto questo, Agamennone ordinò all’esercito una purificazione: tutti si lavarono e gettarono le impurità in mare, e sulla riva offrirono ad Apollo cento capre e cento tori. Il fumo profumato saliva al cielo.

Intanto, fermo nel suo dispetto e nella minaccia appena fatta ad Achille, Agamennone chiamò i suoi due araldi fidati, Euribate e Taltibio: “Andate alla tenda di Achille e portatemi la bella figlia di Briseo. Se si rifiuta, verrò io stesso con molti uomini a prendermela, e sarà peggio per lui.” E li mandò via con quell’ordine pesante.

I due andarono di malavoglia lungo la riva del mare, e arrivati all’accampamento dei Mirmidoni trovarono Achille seduto davanti alla sua tenda. Vedendoli arrivare, Achille non si rallegrò affatto. I due si fermarono impauriti davanti a lui, senza osare parlare né chiedere nulla. Ma Achille capì tutto e disse:

“Salute, araldi, messaggeri di Zeus e degli uomini: avvicinatevi, non avete colpa nei miei confronti. La colpa è solo di Agamennone, che vi manda qui per Briseide. Vieni, Patroclo, portala fuori e affidala a loro. Ma voi siate testimoni, davanti agli dèi, agli uomini e a questo re crudele, del giorno in cui gli altri avranno bisogno del mio aiuto per salvarsi dalla rovina. Perché costui è accecato dalla follia, e non pensa né al presente né al futuro, né a come gli Achei potranno combattere e vincere vicino alle navi.”

Patroclo obbedì all’amico, portò fuori dalla tenda Briseide dal bel volto e la affidò agli araldi. Mentre tornavano alle navi achee, e la donna li seguiva controvoglia, Achille scoppiò in lacrime; si allontanò dai compagni, si sedette sulla riva del mare grigio, e guardando l’acqua, tendendo le mani, pregò sua madre:

«Oh madre! è questo, disse…»  (vv. 462-541)

madre pregando, Oh madre! è questo, disse,

questo è l’onor che darmi il gran Tonante

a conforto dovea del viver breve

a cui mi partoristi? Ecco, ei mi lascia

spregiato in tutto: il re superbo Atride

Agamennón mi disonora; il meglio

de’ miei premi rapisce, e sel possiede.

Sì piangendo dicea. La veneranda

genitrice l’udì, che ne’ profondi

gorghi del mare si sedea dappresso

al vecchio padre; udillo, e tosto emerse,

come nebbia, dall’onda: accanto al figlio,

che lagrime spargea, dolce s’assise,

e colla mano accarezzollo, e disse:

Figlio, a che piangi? e qual t’opprime affanno?

Di’, non celarlo in cor, meco il dividi.

Madre, tu il sai, rispose alto gemendo

il piè-veloce eroe. Ridir che giova

tutto il già conto? Nella sacra sede

d’Eezïon ne gimmo; la cittade

ponemmo a sacco, e tutta a questo campo

fu condotta la preda. In giuste parti

la diviser gli Achivi, e la leggiadra

Crisëide fu scelta al primo Atride.

Crise d’Apollo sacerdote allora

con l’infula del nume e l’aureo scettro

venne alle navi a riscattar la figlia.

Molti doni offerì, molte agli Achivi

porse preghiere, ed agli Atridi in prima.

Invan; ché preghi e doni e sacerdote

e degli Achei l’assenso ebbe in dispregio

Agamennón, che minaccioso e duro

quel misero cacciò dal suo cospetto.

Partì sdegnato il veglio; e Apollo, a cui

diletto capo egli era, il suo lamento

esaudì dall’Olimpo, e contra i Greci

pestiferi vibrò dardi mortali.

Perìa la gente a torme, e d’ogni parte

sibilanti del Dio pel campo tutto

volavano gli strali. Alfine un saggio

indovin ne fe’ chiaro in assemblea

l’oracolo d’Apollo. Io tosto il primo

esortai di placar l’ire divine.

Sdegnossene l’Atride, e in piè levato

una minaccia mi fe’ tal che pieno

compimento sortì. Gli Achivi a Crisa

sovr’agil nave già la schiava adducono

non senza doni a Febo; e dalla tenda

a me pur dianzi tolsero gli araldi,

e menâr seco di Brisèo la figlia,

la fanciulla da’ Greci a me donata.

Ma tu che il puoi, tu al figlio tuo soccorri,

vanne all’Olimpo, e porgi preghi a Giove,

s’unqua Giove per te fu nel bisogno

o d’opera aitato o di parole.

Nel patrio tetto, io ben lo mi ricordo,

spesso t’intesi glorïarti, e dire

che sola fra gli Dei da ria sciagura

Giove campasti adunator di nembi,

il giorno che tentâr Giuno e Nettunno

e Pallade Minerva in un con gli altri

congiurati del ciel porlo in catene;

ma tu nell’uopo sopraggiunta, o Dea,

l’involasti al periglio, all’alto Olimpo

prestamente chiamando il gran Centìmano,

che dagli Dei nomato è Brïarèo,

da’ mortali Egeóne, e di fortezza

lo stesso genitor vincea d’assai.

Fiero di tanto onore alto ei s’assise

di Giove al fianco, e n’ebber tema i numi,

che poser di legarlo ogni pensiero.

Or tu questo rammentagli, e al suo lato

siedi, e gli abbraccia le ginocchia, e il prega

di dar soccorso ai Teucri, e far che tutte

fino alle navi le falangi achee

sien spinte e rotte e trucidate. Ognuno

lo si goda così questo tiranno;

senta egli stesso il gran regnante Atride

qual commise follìa quando superbo

fe’ de’ Greci al più forte un tanto oltraggio.

 

Parafrasi

“Madre, è questo l’onore che Zeus doveva darmi in compenso della vita breve che mi hai dato? Ecco, mi lascia disprezzato: il superbo Agamennone mi disonora, mi ha portato via il mio premio migliore, e se lo tiene.”

Così piangeva. La madre venerabile lo udì, seduta in fondo al mare accanto al vecchio padre; lo udì e riemerse come nebbia dalle onde. Si sedette accanto al figlio in lacrime, lo accarezzò con la mano e disse:

“Figlio, perché piangi? Quale dolore ti opprime? Dimmelo, non nasconderlo, condividilo con me.”

Achille rispose sospirando: “Lo sai già, madre. A che serve ripeterlo? Siamo andati a saccheggiare la sacra città di Eezione, e abbiamo portato qui tutto il bottino. Gli Achei l’hanno diviso equamente, e la bella Criseide è toccata ad Agamennone. Poi Crise, sacerdote di Apollo, è venuto alle navi con le bende sacre e lo scettro d’oro per riscattare la figlia. Ha offerto molti doni e pregato tutti gli Achei, e soprattutto gli Atridi. Ma Agamennone ha disprezzato preghiere, doni, sacerdote e il consenso di tutti gli Achei, e l’ha cacciato in malo modo. Il vecchio se n’è andato adirato, e Apollo, che gli era caro, ha ascoltato le sue preghiere e ha scagliato sui Greci le sue frecce mortali. La gente moriva a frotte, colpita ovunque dalle frecce del dio. Alla fine un indovino ci ha rivelato la volontà di Apollo, e io per primo ho suggerito di placare il dio. Agamennone si è infuriato, e mi ha minacciato con parole che si sono già avverate: ora gli Achei portano la ragazza a Crisa su una nave veloce, con doni per Apollo, e gli araldi sono venuti dalla mia tenda a prendersi Briseide, la ragazza che i Greci avevano dato a me. Tu che puoi farlo, aiuta tuo figlio: sali all’Olimpo e prega Zeus, se mai gli sei stata utile con le parole o con le azioni. Ricordo che a casa raccontavi spesso di aver salvato Zeus da una grave sciagura, quando Era, Poseidone e Atena avevano cospirato con gli altri dèi per incatenarlo; tu, dea, lo salvasti chiamando sull’Olimpo il gigante dalle cento mani, che gli dèi chiamano Briareo e gli uomini Egeone, più forte perfino di suo padre. Lui si sedette fiero accanto a Zeus, e gli dèi, impauriti, rinunciarono a legarlo. Ora ricordagli questo, abbraccia le sue ginocchia, e chiedigli di aiutare i Troiani, di respingere gli Achei fino alle navi e di massacrarli, così che tutti godano di questo tiranno, e lo stesso Agamennone capisca che follia ha commesso disonorando il migliore dei Greci.”

«E lagrimando a lui Teti rispose…»  (vv. 542-567)

E lagrimando a lui Teti rispose:

Ahi figlio mio! se con sì reo destino

ti partorii, perché allevarti, ahi lassa!

Oh potessi ozioso a questa riva

senza pianto restarti e senza offese,

ingannando la Parca che t’incalza,

ed omai t’ha raggiunto! Ora i tuoi giorni

brevi sono ad un tempo ed infelici,

ché iniqua stella il dì ch’io ti produssi

i talami paterni illuminava.

E nondimen d’Olimpo alle nevose

vette n’andrò, ragionerò con Giove

del fulmine signore, e al tuo desire

piegarlo tenterò. Tu statti intanto

alle navi; e nell’ozio del tuo brando

senta l’Achivo de’ tuoi sdegni il peso.

Perocché ieri in grembo all’Oceàno

fra gl’innocenti Etïopi discese

Giove a convito, e il seguîr tutti i numi.

Dopo la luce dodicesma al cielo

tornerà. Recherommi allor di Giove

agli eterni palagi; al suo ginocchio

mi gitterò, supplicherò, né vana

d’espugnarne il voler speranza io porto.

Partì, ciò detto; e lui quivi di bile

macerato lasciò per la fanciulla

 

Parafrasi

Teti rispose in lacrime: “Ahimè, figlio mio! Perché ti ho allevato, se ti ho generato per un destino così crudele? Fossi almeno rimasto qui tranquillo, senza pianto né offese, dato che i tuoi giorni sono comunque brevi e ora anche infelici: un destino ingiusto ti ha segnato fin dal giorno in cui sei nato. Ma andrò sull’Olimpo, parlerò con Zeus, e cercherò di convincerlo. Tu intanto resta alle navi, tieni lontana la tua spada dalla battaglia, e lascia che gli Achei sentano il peso della tua assenza. Zeus ieri è andato a banchetto presso gli Etiopi, ai confini dell’Oceano, insieme a tutti gli dèi; tornerà tra dodici giorni. Allora andrò al suo palazzo, mi getterò alle sue ginocchia, e spero di riuscire a convincerlo.”

Detto questo se ne andò, lasciando Achille pieno di rabbia per la ragazza portatagli via contro la sua volontà.

«Intanto a Crisa colla sacra ecatombe Ulisse approda…»  (vv. 568-604)

suo mal grado rapita. Intanto a Crisa

colla sacra ecatombe Ulisse approda.

Nel seno entrati del profondo porto,

le vele ammaïnâr, le collocaro

dentro il bruno naviglio, e prestamente

dechinâr colle gomone l’antenna,

e l’adagiâr nella corsìa. Co’ remi

il naviglio accostâr quindi alla riva;

e l’ancore gittate, e della poppa

annodati i ritegni, ecco sul lido

tutta smontar la gente, ecco schierarsi

l’ecatombe d’Apollo, e dalla nave

dell’onde vïatrice ultima uscire

Crisëide. All’altar l’accompagnava

l’accorto Ulisse, ed alla man del caro

genitor la ponea con questi accenti:

Crise, il re sommo Agamennón mi manda

a ti render la figlia, e offrir solenne

un’ecatombe a Febo, onde gli sdegni

placar del nume che gli Achei percosse

d’acerbissima piaga. – In questo dire

l’amata figlia in man gli cesse; e il vecchio

la si raccolse giubilando al petto.

Tosto dintorno al ben costrutto altare

in ordinanza statuîr la bella

ecatombe del Dio; lavâr le palme,

presero il sacro farro, e Crise alzando

colla voce la man, fe’ questo prego:

Dio che godi trattar l’arco d’argento,

tu che Crisa proteggi e la divina

Cilla, signor di Tènedo possente,

m’odi: se dianzi a mia preghiera il campo

acheo gravasti di gran danno, e onore

mi desti, or fammi di quest’altro voto

contento appieno. La terribil lue,

che i Dànai strugge, allontanar ti piaccia.

Sì disse orando, ed esaudillo il nume.

 

Parafrasi

Intanto Ulisse arrivava a Crisa con l’offerta sacra. Entrati nel porto, ammainarono le vele, le riposero sulla nave, calarono l’albero con le funi e lo adagiarono nella stiva; poi, a remi, portarono la nave a riva, gettarono le ancore, legarono le funi di poppa, e tutti sbarcarono. Fecero scendere l’offerta per Apollo, e per ultima scese Criseide. Ulisse la accompagnò all’altare e la consegnò al padre, dicendo:

“Crise, Agamennone mi manda a restituirti tua figlia, e a offrire un sacrificio solenne ad Apollo, per placare l’ira del dio che ha colpito gli Achei con una piaga terribile.”

Così dicendo gli consegnò la figlia amata, e il vecchio la abbracciò felice. Poi tutti insieme disposero in ordine l’offerta sacra intorno all’altare, si lavarono le mani, presero il farro sacro, e Crise, alzando le mani, pregò ad alta voce:

“Dio dall’arco d’argento, tu che proteggi Crisa e la sacra Cilla, signore di Tenedo, ascoltami: come già mi hai ascoltato prima e hai colpito gli Achei per onorarmi, ora esaudisci anche quest’altro voto: allontana da loro la peste terribile.”

Così pregò, e il dio lo esaudì.

«Quindi fin posto alle preghiere…»  (vv. 605-646)

Quindi fin posto alle preghiere, e sparso

il salso farro, alzar fêr suso in prima

alle vittime il collo, e le sgozzaro.

tratto il cuoio, fasciâr le incise cosce

di doppio omento, e le coprîr di crudi

brani. Il buon vecchio su l’accese schegge

le abbrustolava, e di purpureo vino

spruzzando le venìa. Scelti garzoni

al suo fianco tenean gli spiedi in pugno

di cinque punte armati: e come fûro

rosolate le coste, e fatto il saggio

delle viscere sacre, il resto in pezzi

negli schidoni infissero, con molto

avvedimento l’arrostiro, e poscia

tolser tutto alle fiamme. Al fin dell’opra,

poste le mense, a banchettar si diero,

e del cibo egualmente ripartito

sbramârsi tutti. Del cibarsi estinto

e del bere il desìo, d’almo lïeo

coronando il cratere, a tutti in giro

ne porsero i donzelli, e fe’ ciascuno,

libagion colle tazze. E così tutto

cantando il dì la gioventude argiva,

e un allegro peàna alto intonando,

laudi a Febo dicean, che nell’udirle

sentìasi tocco di dolcezza il core.

Fugato il sole dalla notte, ei diersi

presso i poppesi della nave al sonno.

Poi come il cielo colle rosee dita

la bella figlia del mattino aperse,

conversero la prora al campo argivo,

e mandò loro in poppa il vento Apollo.

Rizzâr l’antenna, e delle bianche vele

il seno dispiegâr. L’aura seconda

le gonfiava per mezzo, e strepitoso,

nel passar della nave, il flutto azzurro

mormorava dintorno alla carena.

Giunti agli argivi accampamenti, in secco

trasser la nave su la colma arena,

e lunghe vi spiegâr travi di sotto

acconciamente. Per le tende poi

si dispersero tutti e pe’ navili.

 

Parafrasi

Finite le preghiere e sparso il farro sacro, sollevarono il collo delle vittime e le sgozzarono; le scuoiarono, avvolsero le cosce in doppio strato di grasso con pezzi di carne cruda sopra, e il vecchio le arrostiva sulla legna accesa, spruzzandole di vino. Alcuni giovani gli tenevano accanto gli spiedi a cinque punte; arrostite le cosce, assaggiate le viscere secondo il rito, tagliarono il resto a pezzi, lo infilzarono negli spiedi e lo arrostirono con cura. Finito tutto, apparecchiarono e banchettarono, e nessuno rimase senza la sua parte. Sazi di cibo e di vino, i giovani riempirono le coppe per tutti, versando le libagioni; e per tutto il giorno i giovani achei cantarono inni a Apollo, che ascoltava felice.

Tramontato il sole, si addormentarono vicino alla nave. Al sorgere dell’alba fecero rotta verso l’accampamento acheo, e Apollo mandò loro vento favorevole. Alzarono l’albero, spiegarono le vele bianche, il vento le gonfiava, e la nave avanzava tra i flutti scroscianti. Arrivati all’accampamento, tirarono in secco la nave sulla sabbia, la puntellarono con travi, e tutti si dispersero tra le tende e le navi.

«Appo i suoi legni intanto il generoso…»  (vv. 647-677)

Appo i suoi legni intanto il generoso

Pelìde Achille nel segreto petto

di sdegno si pascea, né al parlamento,

scuola illustre d’eroi, né alle battaglie

più comparìa; ma il cor struggea di doglia

lungi dall’armi, e sol dell’armi il suono

e delle pugne il grido egli sospira.

Rifulse alfin la dodicesma aurora,

e tutti di conserva al ciel gli Eterni

fean ritorno, ed avanti iva il re Giove.

Memore allor del figlio e del suo prego,

Teti emerse dal mare, e mattutina

in cielo al sommo dell’Olimpo alzossi.

Sul più sublime de’ suoi molti gioghi

in disparte trovò seduto e solo

l’onniveggente Giove. Innanzi a lui

la Dea s’assise, colla manca strinse

le divine ginocchia, e colla destra

molcendo il mento, e supplicando disse:

Giove padre, se d’opre e di parole

giovevole fra’ numi unqua ti fui,

un mio voto adempisci. Il figlio mio,

cui volge il fato la più corta vita,

deh, m’onora il mio figlio a torto offeso

dal re supremo Agamennón, che a forza

gli rapì la sua donna, e la si tiene.

Onoralo, ti prego, olimpio Giove,

sapientissimo Iddio; fa che vittrici

sien le spade troiane, infin che tutto

e doppio ancora dagli Achei pentiti

al mio figlio si renda il tolto onore.

 

Parafrasi

Achille intanto restava presso le sue navi, roso dalla rabbia in segreto; non compariva più né alle assemblee né in battaglia, ma consumava il cuore nell’inattività, rimpiangendo il rumore delle armi e il grido della guerra.

Passarono dodici giorni, e tutti gli dèi tornarono insieme sull’Olimpo, guidati da Zeus. Teti, ricordando la richiesta del figlio, emerse dal mare all’alba e salì in cielo, sulla vetta dell’Olimpo. Trovò Zeus seduto in disparte, lontano dagli altri, sulla cima più alta. Gli si sedette davanti, gli abbracciò le ginocchia con la mano sinistra, gli accarezzò il mento con la destra, e pregò supplicando:

“Padre Zeus, se mai ti sono stata utile tra gli dèi con le parole o con le azioni, esaudisci questo mio desiderio: onora mio figlio, a cui il destino ha dato la vita più breve. Agamennone lo ha offeso, gli ha portato via con la forza la sua donna e se la tiene. Vendicalo tu, Zeus sapientissimo: fa’ che i Troiani vincano, finché gli Achei non gli renderanno l’onore perduto, e doppio.”

«Disse; e nessuna le facea risposta…»  (vv. 678-705)

Disse; e nessuna le facea risposta

il procelloso Iddio; ma lunga pezza

muto stette, e sedea. Teti il ginocchio

teneagli stretto tuttavolta, e i preghi

iterando venìa: Deh, parla alfine;

dimmi aperto se nieghi, o se concedi;

nulla hai tu che temer; fa ch’io mi sappia

se fra le Dee son io la più spregiata.

Profondamente allora sospirando

l’adunator de’ nembi le rispose:

Opra chiedi odiosa che nemico

farammi a Giuno, e degli ontosi suoi

motti bersaglio. Ardita ella mai sempre

pur dinanzi agli Dei vien meco a lite,

e de’ Troiani aiutator m’accusa.

Ma tu sgombra di qua, ché non ti vegga

la sospettosa. Mio pensier fia poscia

che il desir tuo si cómpia, e a tuo conforto

abbine il cenno del mio capo in pegno.

Questo fra’ numi è il massimo mio giuro,

né revocarsi, né fallir, né vana

esser può cosa che il mio capo accenna.

Disse; e il gran figlio di Saturno i neri

sopraccigli inchinò. Su l’immortale

capo del sire le divine chiome

ondeggiaro, e tremonne il vasto Olimpo.

Così fermo l’affar si dipartiro.

Teti dal ciel spiccò nel mare un salto;

 

Parafrasi

Zeus non rispose nulla, e restò a lungo in silenzio. Teti, tenendogli stretto il ginocchio, insisteva: “Rispondimi, dimmi chiaramente se accetti o rifiuti — non hai nulla da temere — così saprò se sono la più disprezzata tra le dee.”

Zeus, sospirando profondamente, rispose: “Mi chiedi una cosa pericolosa, che mi metterà contro Era, che già mi provoca continuamente davanti agli altri dèi accusandomi di aiutare i Troiani. Ora vattene, prima che lei ti veda. Penserò io a realizzare il tuo desiderio, e te lo confermo con un cenno del capo — il giuramento più solenne tra noi dèi, che non si può ritrattare né fallire.”

Detto questo, il grande Zeus abbassò le sopracciglia nere: i capelli divini sulla sua testa immortale ondeggiarono, e tutto l’Olimpo tremò. Così si separarono, certi dell’accordo. Teti si tuffò dal cielo nel mare, e Zeus tornò al suo palazzo.

«Rizzârsi tutti ad un tempo da’ lor troni i numi…»  (vv. 706-741)

Giove alla reggia s’avviò. Rizzârsi

tutti ad un tempo da’ lor troni i numi

verso il gran padre, né veruno ardissi

aspettarne il venir fermo al suo seggio,

ma mosser tutti ad incontrarlo. Ei grave

si compose sul trono. E già sapea

Giuno il fatto del Dio; ch’ella veduto

in segreti consigli avea con esso

la figlia di Nerèo, Teti la diva

dal bianco piede. Con parole acerbe

così dunque l’assalse: E qual de’ numi

tenne or teco consulta, o ingannatore?

Sempre t’è caro da me scevro ordire

tenebrosi disegni, né ti piacque

mai farmi manifesto un tuo pensiero.

E degli uomini il padre e degli Dei

le rispose: Giunon, tutto che penso

non sperar di saperlo. Ardua ten fôra

l’intelligenza, benché moglie a Giove.

Ben qualunque dir cosa si convegna,

nullo, prima di te, mortale o Dio

la si saprà. Ma quel che lungi io voglio

dai Celesti ordinar nel mio segreto,

non dimandarlo né scrutarlo, e cessa.

Acerbissimo Giove, e che dicesti?

Riprese allor la maestosa il guardo

veneranda Giunon: gran tempo è pure

che da te nulla cerco e nulla chieggo,

e tu tranquillo adempi ogni tuo senno.

Or grave un dubbio mi molesta il core,

che Teti, del marin vecchio la figlia,

non ti seduca; ch’io la vidi, io stessa,

sul mattino arrivar, sederti accanto,

abbracciarti i ginocchi; e certo a lei

di molti Achivi tu giurasti il danno

appo le navi, per onor d’Achille.

 

Parafrasi

Tutti gli dèi si alzarono in piedi al suo arrivo, e nessuno osò restare seduto ad aspettarlo: tutti gli andarono incontro. Zeus si sedette sul trono. Ma Era aveva già capito tutto, avendo visto Zeus parlare in segreto con Teti, la dea dai piedi bianchi. Con parole pungenti lo assalì:

“Quale dio ha tramato con te stavolta, ingannatore? Ti piace sempre ordire piani segreti lontano da me, e non mi riveli mai i tuoi pensieri.”

Zeus rispose: “Era, non sperare di conoscere tutti i miei pensieri: sarebbe troppo difficile anche per te, che pure sei mia moglie. Quello che è giusto sapere, nessuno lo saprà prima di te, né dio né mortale. Ma quello che voglio decidere da solo, lontano dagli altri dèi, non chiedermelo e non indagare.”

Era, la venerabile dea dagli occhi grandi, rispose: “Terribile Zeus, cosa dici mai? Non ti ho mai chiesto né cercato nulla, e tu decidi sempre in tranquillità quello che vuoi. Ma ora un dubbio mi tormenta: che Teti, figlia del vecchio del mare, ti abbia convinto di qualcosa. L’ho vista stamattina sedersi accanto a te e abbracciarti le ginocchia: sospetto che tu le abbia giurato di far morire molti Achei, per onorare Achille.”

«E a rincontro il signor delle tempeste…»  (vv. 742-789)

E a rincontro il signor delle tempeste:

Sempre sospetti, né celarmi io posso,

spirto maligno, agli occhi tuoi. Ma indarno

la tua cura uscirà, ch’anzi più sempre

tu mi costringi a disamarti, e questo

a peggio ti verrà. S’al ver t’apponi,

che al ver t’apponga ho caro. Or siedi, e taci,

e m’obbedisci; ché giovarti invano

potrìan quanti in Olimpo a tua difesa

accorresser Celesti, allor che poste

le invitte mani nelle chiome io t’abbia.

Disse; e chinò la veneranda Giuno

i suoi grand’occhi paurosa e muta,

e in cor premendo il suo livor s’assise.

Di Giove in tutta la magion le fronti

si contristâr de’ numi, e in mezzo a loro

gratificando alla diletta madre

Vulcan l’inclito fabbro a dir sì prese:

Una malvagia intolleranda cosa

questa al certo sarà, se voi cotanto,

de’ mortali a cagion, piato movete,

e suscitate fra gli Dei tumulto.

De’ banchetti la gioia ecco sbandita,

se la vince il peggior. Madre, t’esorto,

benché saggia per te; vinci di Giove,

vinci del padre coll’ossequio l’ira,

onde a lite non torni, e del convito

ne conturbi il piacer; ch’egli ne puote,

del fulmine signore e dell’Olimpo,

dai nostri seggi rovesciar, se il voglia;

perocché sua possanza a tutte è sopra.

Or tu con care parolette il molci,

e tosto il placherai. – Surse, ciò detto,

ed all’amata genitrice un tondo

gemino nappo fra le mani ei pose,

bisbigliando all’orecchio: O madre mia,

benché mesta a ragion, sopporta in pace,

onde te con quest’occhi io qui non vegga,

te, che cara mi sei, forte battuta;

ché allor nessuna con dolor mio sommo

darti aìta io potrei. Duro egli è troppo

cozzar con Giove. Altra fiata, il sai,

volli in tuo scampo venturarmi. Il crudo

afferrommi d’un piede, e mi scagliò

dalle soglie celesti. Un giorno intero

rovinai per l’immenso, e rifinito

in Lenno caddi col cader del sole,

dalli Sinzii raccolto a me pietosi.

 

Parafrasi

Zeus rispose: “Sospetti sempre, e non riesco a nasconderti nulla, spirito maligno. Ma non otterrai nulla, se non allontanarti ancora di più da me — e questo sarà peggio per te. Se hai indovinato, tanto meglio per te. Ora siediti, taci, e obbediscimi; perché non ti servirà a nulla l’aiuto di tutti gli dèi dell’Olimpo, se ti metto sopra le mie mani invincibili.”

A queste parole Era, spaventata, abbassò lo sguardo e tacque, reprimendo la rabbia nel cuore. In tutto il palazzo di Zeus gli dèi si rattristarono, finché Efesto, il fabbro divino, per compiacere sua madre Era, prese la parola:

“Sarà davvero una cosa insopportabile, se voi due litigate così per colpa dei mortali, portando lo scompiglio tra gli dèi. Se il peggiore di noi due prevale, addio alla gioia dei banchetti. Madre, ti prego — anche se sei già saggia — cerca di calmare la rabbia di Zeus, così che non riprenda a litigare e non rovini il nostro convito: perché lui, signore del fulmine e dell’Olimpo, potrebbe scacciarci tutti dai nostri troni se volesse — è più forte di tutti noi. Parlagli con dolcezza, e subito lo placherai.”

Detto questo, si alzò e porse alla madre una coppa a due manici, sussurrandole: “Madre mia, per quanto tu abbia ragione a essere triste, sopporta in pace, perché non voglio vederti battuta davanti ai miei occhi, tu che mi sei cara: non potrei aiutarti in nessun modo, perché è troppo difficile opporsi a Zeus. Un’altra volta ho provato a difenderti, e lui mi ha afferrato per un piede e scagliato giù dalle soglie del cielo: sono precipitato per un giorno intero, e sono caduto a Lemno al tramonto, quasi senza vita, raccolto dai Sinti che ebbero pietà di me.”

«Disse; e la Diva dalle bianche braccia…»  (vv. 790-813)

Disse; e la Diva dalle bianche braccia

rise, e in quel riso dalla man del figlio

prese il nappo. Ed ei poscia agli altri Eterni,

incominciando a destra, e dal cratere

il nèttare attignendo, a tutti in giro

lo mescea. Suscitossi infra’ Beati

immenso riso nel veder Vulcano

per la sala aggirarsi affaccendato

in quell’opra. Così, fino al tramonto,

tutto il dì convitossi, ed egualmente

del banchetto ogni Dio partecipava.

Né l’aurata mancò lira d’Apollo,

né il dolce delle Muse alterno canto.

Ratto, poi che del Sol la luminosa

lampa si spense, a’ suoi riposi ognuno

ne’ palagi n’andò, che fabbricati

a ciascheduno avea con ammirando

artifizio Vulcan l’inclito zoppo.

E a’ suoi talami anch’esso, ove qual volta

soave l’assalìa forza di sonno,

corcar solea le membra, il fulminante

Olimpio s’avvïò. Quivi salito

addormentossi il nume, ed al suo fianco

giacque l’alma Giunon che d’oro ha il trono.

 

Parafrasi

Era, la dea dalle bianche braccia, sorrise a queste parole, e sorridendo prese la coppa dalle mani del figlio. Efesto poi versò il nettare a tutti gli altri dèi, cominciando da destra, attingendo dal cratere. Un grande riso si levò tra i beati nel vedere Efesto affaccendarsi per la sala in quel compito.

Così banchettarono tutto il giorno fino al tramonto, e ognuno ebbe la sua parte del convito. Non mancò la lira dorata di Apollo, né il canto alternato delle Muse.

Quando il sole tramontò, ciascuno andò a dormire nel proprio palazzo, costruiti tutti con mirabile arte da Efesto, il fabbro zoppo. Anche Zeus, il dio del fulmine, si ritirò nella sua stanza, dove era solito riposare quando il sonno lo coglieva; e lì salì e si addormentò, con accanto Era dal trono d’oro.