Federico Dogliotti
Dalle Dune alle Trincee

 Federico Dogliotti

Dalle Dune alle Trincee

Massaro Editore

2025

Formato cartaceo

ISBN 9791281053427

€ 14,00

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Ebook

ISBN 9791281053434

€ 6,00

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Info

Una preziosa testimonianza riemerge dall’oblio di una cantina, offrendosi al lettore come una chiave per comprendere l’esperienza bellica italiana nella sua complessa totalità. Questo diario, redatto da Federico Dogliotti (Valenza, 1891 – 1961), soldato, poi Caporal Maggiore e Sergente Maggiore del Genio Zappatori, non è solo un resoconto degli eventi, ma un viaggio intimo e dettagliato attraverso gli anni cruciali che vanno dal 1912 al 1917, un arco temporale che incornicia la transizione epocale dalle guerre coloniali al primo conflitto mondiale.

La prima parte è la più vivida in termini di esperienza emotiva, copre gli esordi di Dogliotti come militare, catapultato dal Piemonte alle dune della Guerra di Libia (1912). Con una prosa semplice ma intensamente evocativa, l’autore cattura il dramma della mobilitazione improvvisa, il dolore lacerante della separazione dai genitori alla stazione di Valenza, e la meraviglia, presto tramutata in ansia, del viaggio per mare.

La narrazione del soldato del Genio è cruciale. Non in prima linea con la Fanteria o gli Alpini, Dogliotti è l’osservatore logistico, colui che costruisce, fortifica e ripara. È attraverso i suoi occhi che vediamo la cruda realtà del paesaggio coloniale, i cadaveri lasciati sui campi di battaglia che suscitano “quasi compassione”, un’osservazione onesta e disarmante.

Questo manoscritto è una voce autentica, non filtrata dalla retorica del tempo, e rappresenta un documento fondamentale per chiunque voglia comprendere la psicologia, le sofferenze, e l’umanità del soldato italiano tra il crepuscolo dell’epoca coloniale e l’alba della guerra totale. Siamo lieti di restituire alla memoria pubblica il vivido resoconto di Federico Dogliotti.

Prefazione

a cura di Brunella Barberis

I quattro quaderni di Federico Dogliotti hanno copertine diverse e pagine ingiallite dal tempo con righe tratteggiate a mano da qualcuno che è abile ad organizzare righe e spazi, la grafia in corsivo con l’inchiostro, talora sbavato, è chiara e in fondo si trovano disegni, un mini vocabolario italiano-arabo, il testo dell’inno di Tripoli e persino ricette di cucina  apprese durante gli anni del servizio militare.

 Sono i Diari emersi da un vecchio baule dimenticato in cantina con il profumo della carta antica e del passato che torna misteriosamente a interrogarci e ci presentano i ricordi e le impressioni di un ragazzo nato alla fine dell’Ottocento che si trovò a vivere una esperienza drammatica e fondamentale di ben due guerre, quella in Libia combattuta dall’Italia contro l’impero ottomano e la prima guerra mondiale, la ‘Grande Guerra’ combattuta in Trentino e Friuli.

Dunque, leggerli a distanza di così tanto tempo, è anche per noi una esperienza significativa ed emozionante.

Appare evidente che il giovane ha consapevolezza di essere testimone di avvenimenti fondamentali per la propria vita personale e per il suo paese altrimenti non avrebbe annotato con precisione avvenimenti e impressioni. Divulgare i pensieri che ha affidato a queste pagine può aiutarci a capire meglio quel periodo e ad onorare la sua memoria e quella di tanti ignoti miliari fagocitati dall’atroce macelleria della guerra.

Che ragazzo è Federico Dogliotti? Dalle testimonianze e dalle fotografie in possesso del nipote, Federico Dogliotti emerge come un uomo di bell’aspetto e di sostanza.

Da ciò che scrive balza a noi come un tipo serio e meticoloso, desideroso di compiere lavori eseguiti a regola d’arte, ma non un tipo triste o passivo: è pieno di curiosità ed entusiasmo (ovunque si fermi vuole visitare le città sconosciute e cerca di comprendere le situazioni nuove come gli usi degli arabi e la loro lingua), generosità (divide sempre con i compagni il vitto che riesce a recuperare), sentimenti di amore verso la famiglia, umana compartecipazione verso i commilitoni.

La notizia dell’invio in Africa suscita in lui un profondo senso di turbamento e timore, specialmente per il dolore inflitto ai suoi genitori, che ama profondamente.

Nonostante la comprensibile angoscia, Dogliotti dimostra una solida struttura morale e psicologica, rifiutando di farsi sopraffare dall’angoscia. Il senso del dovere resterà la stella polare dei suoi comportamenti come pure il senso di solidarietà con i compagni d’armi. Pagina indimenticabile quella che il giovane dedica alla partenza da Napoli in piroscafo, la notte trascorsa a guardare le luci della città che si allontana. Si nota il cuore colmo di tenerezza di un ragazzo che poco ha visto prima di quella avventura imprevista della guerra.

L’avvistamento di palmeti e «case bianche come sepolcri» sono un presagio di morte in luoghi ignoti. Qui comincia veramente il complesso itinerario esperienziale fatto di fatica, duro lavoro, pericolo e morte che lo maturerà come militare e come uomo.

Non appare scalfita da incertezze o pregiudizi la fiducia e l’apprezzamento per tutto l’esercito italiano visto come un gruppo concorde di brave persone che collaborano e costituiscono un sostegno emotivo, scrive sempre «i nostri bravi soldati, i nostri bravi ascari, i nostri bravi ufficiali, i nostri bravi fucilieri», ecc. Contro chi si combatte? Contro il nemico.

Gli arabi, i libici, i turchi sono il nemico, cioè altro da noi, l’oggetto di lotta individuato dai potenti, dal governo e dalla propaganda. L’educazione all’obbedienza inculcata sin da bambini da scuola e giornali hanno cancellato lo spirito critico individuale. Proprio la stampa nazionalista, in quel periodo, aveva artatamente diffuso l’idea che gli Italiani avessero il dovere di riportare il benessere là dove Roma imperiale aveva diffuso il diritto e la civiltà con le sue legioni.

Per legittimare la partecipazione dell’Italia allo scramble for Africa venivano diffuse informazioni tendenti a mostrare i terreni della Libia come una sorte di eden dalle notevoli potenzialità economiche utili per le classi più povere del nostro paese, persino il mite Giovanni Pascoli sostenne pubblicamente questa posizione[1]. A tal fine si distorcevano i testi di scrittori latini e si affermava che le antiche distese libiche, rese fertili dai romani antichi con coltivazioni di ulivi e canalizzazioni per l’approvvigionamento idrico, sarebbero rinate.

Si arrivò persino a favoleggiare del silfio, una pianta estinta che cresceva in Cirenaica e avrebbe avuto poteri medicamentosi. Le colture degradatesi per l’incuria di Turchi e Arabi sarebbero rifiorite con gli italiani, i diretti eredi dei civilizzatori antichi avrebbero saputo ricreare un giardino dove ora c’era deserto e avrebbero dato un futuro di benessere ai discendenti italiani e africani di Augusto e Settimio Severo.

Qual era il pensiero di Dogliotti? Non ci è dato sapere dal racconto contenuto nel Diario. Educato, da famiglia, chiese locali e Stato, all’etica del dovere e del rispetto della patria e all’adesione alla ‘guerra giusta’, lui adempie compiutamente ai dettami, forse spera ingenuamente di tornare «vittorioso, trionfante di gloria». Ha respirato la retorica dell’epoca, annota, comunque, che c’erano «terreni ben coltivati e annacquati», gusta le cipolle degli arabi, non li odia e inizia a conoscere la fatica, il caldo, il disorientamento nel deserto, le morti e lo scempio dei cadaveri, molti di giovani, bambini e vecchi che destavano «quasi compassione». Ma in guerra  si combatte per vincere il nemico, per amor di patria e alla fine avverrà la presa di Misurata e significativamente il Diario si conclude con la relazione ufficiale del generale Camerana come a sottolineare l’importanza di aver preso parte ad un avvenimento di portata storica.

Il Diario riprende il 23 maggio 1915.

Il caporal maggiore e presto sergente Dogliotti è maturato come soldato, non indulge più a sentimentalismi, pur restando di animo sensibile. Il Diario è più concitato, incentrato sull’incalzare delle azioni in base agli ordini ricevuti.

Le sue annotazioni costituiscono una cronaca dettagliata sulla vita al fronte, sugli spostamenti, sul lavoro quotidiano, sulla cruda realtà vissuta dai soldati che non sanno nemmeno perché dovevano combattere e farsi ammazzare.

Il nemico, ora, sono gli austriaci, lui e quelli più acculturati, «avevamo la testa piena di odio contro gli austriaci, era tutta la vita che ce la riempivano», così racconta al nipote Salvino Diana[1] un coetaneo, classe1893, nato a pochi chilometri di distanza, a San Salvatore Monferrato, soldato del genio pure lui. Sono i «tognit» avversati da Dogliotti che scrive il 29 marzo di un anno imprecisato: «sono indignato; furioso contro questi maledetti nemici che (me ne vado sempre più persuadendo) non si ha torto di chiamare barbari. Mi sembra che i trattati internazionali proibiscano le pallottole esplosive, l’avvelenamento dei pozzi e delle acque e tutto ciò che in una guerra impedisce di battersi lealmente […]. A Bigliano per esempio c’è un pozzo ora chiuso che porta tanto di cartello con la scritta ‘Acqua avvelenata’».

La sera del 29 alcuni soldati nostri presentavano delle ferite larghe come uno scudo e bruciacchiate: era l’effetto delle pallottole esplosive usate dai nostri civilissimi avversari».

Spadroneggia la fame, il rancio è poco, cattivo e arriva in ritardo. Dogliotti è sempre alla ricerca di cibo per sé e per i commilitoni, lascia intuire che per combattere servono condizioni fisiche confortevoli e queste mancano completamente tra le file dell’esercito italiano. Il freddo, la neve e le nottate a lavorare all’aperto e all’erta aumentano i disagi e la visione dei molti morti e dei feriti orribilmente sconciati e sofferenti trasformano i giorni in un incubo da cui sembra impossibile riprendersi. Arriveranno anche i pidocchi e il colera a completare il quadro di miseria umana, si accenna anche ad un caso di abbandono delle linee e della conseguente fucilazione alla schiena…continua

[1] Elio Gioanola, La grande guerra di un povero contadino, Itaca, 2014

[1]     Sergio Brillante, Anche là è Roma, Il Mulino, 2023